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Foglietto settimanale dal 12 al 19 Settembre

Ho paura di soffrire! Il rifiuto della sofferenza

Quando ci troviamo davanti a situazioni di sofferenza, personali o delle persone a cui vogliamo bene, la prima reazione è generalmente di rifiuto, di opposizione: “non è possibile! ma perchè a me?”

Reazioni, comprensibili, emotive, che non ci aiutano ad affrontare le vicende faticose della vita, dove siamo messi alla prova nella salute, nelle esperienze d’ingiustizia, di tradimento, di fallimento…

La sofferenza è lì e chiede di essere attraversata. Paradossalmente ci troviamo di fronte a una grande scuola, dove possiamo cogliere l’occasione di crescere umanamente e spiritualmente. Gesù, ci dice Marco questa domenica, parlava della sua sofferenza apertamente, perché nella sofferenza non puoi nasconderti: è lì che sei visto e ti vedi per come sei veramente. Quando tutto va bene è infatti facile predicare, soprattutto quando imbastiamo discorsi retorici su come gli altri devono vivere la sofferenza, ma la vera predicazione, quella più vera, è la nostra vita nel tempo della difficoltà e del dolore.

La sofferenza è un luogo di rivelazione: il messaggio di Cristo sarebbe incomprensibile senza la sua volontà di attraversare la sofferenza senza tirarsi indietro, senza opporre resistenza (Isaia 50,5).

Il brano del Vangelo, ci porta al centro dell’itinerario narrato da Marco: siamo di fronte a un cambiamento che si gioca proprio nel modo in cui siamo disposti ad accogliere la sofferenza.

Gesù intuisce che qualcosa non ha funzionato nell’annuncio del Vangelo. C’è qualcosa che impedisce alla sua Parola di entrare nel cuore della gente. Provando a chiedere che cosa è passato della sua persona, Gesù si accorge che la gente ha una visione parziale di lui, non è stata colta la novità del suo messaggio: Giovanni Battista, Elia, uno dei tanti profeti…sono figure con cui Gesù condivide alcuni tratti. La gente non riesce ad andare oltre il già noto, oltre il già visto. Ma cosa manca per comprendere fino in fondo chi è Gesù?

Chi sono io per te? ecco il punto di svolta: Gesù da questo momento non si rivolge più alla folla ma inizia a occuparsi più intimamente di quelli che gli stanno più vicino: i discepoli. È a loro (ma anche a noi) che rivolge la domanda: a questo punto del cammino con me, dopo quello che hai sperimentato, dopo quello che hai vissuto con me, cosa hai capito? Chi sono io per te?

Cosa ho compreso di Gesù fino ad ora?

Pietro intuisce la risposta per un dono di grazia, ma non è disposto a viverla.

Anche noi abbiamo compreso, sappiamo tante cose su Gesù, ma non è detto che siamo disposti a viverle personalmente. Pietro stesso si scopre incapace di vivere un aspetto fondamentale della sequela: accogliere la sofferenza “per” e “con” Gesù.

Pietro non ha paura solo della sofferenza di Gesù, Pietro ha paura della sua personale sofferenza, sa che il fallimento del maestro significherà anche la sua personale sconfitta. Pietro, come tutti noi ha paura di soffrire!

Eppure, come la rivelazione di Gesù è possibile solo nel tempo della sofferenza, così la nostra professione di fede più autentica è quella che facciamo nel tempo della nostra sofferenza.

Si diventa discepoli solo rinunciando alle proprie ragioni, alle proprie rivendicazioni, ai propri tempi. Ecco cosa vuol dire rinnegare sé stessi. Solo così ci liberiamo del nostro “io” ingombrante, per lasciare posto alla logica del Vangelo: prendere su di sé la propria croce.

Il punto non è allora la sofferenza, ma come la viviamo. La croce, in queste parole di Gesù, non è la sventura che si abbatte su di noi, ma è il modo di pensare e di affrontare le vicende della vita ogni giorno alla luce della parola del Vangelo.

Prendere la croce ogni giorno vuol dire assumere il Vangelo come criterio delle nostre scelte: e questo è davvero faticoso! Laddove ci verrebbe voglia di distruggere, cercare vendetta, farci giustizia da soli, siamo chiamati invece a perdonare, a consegnare, a confidare nell’ira di Dio che ha i suoi tempi e i suoi percorsi.

Il discepolo dunque è chiamato a rinnegare sé stesso, a prendere la croce e soprattutto a seguire, più precisamente a mettersi dietro a Gesù.

Invece noi vogliamo metterci davanti a lui, fare la nostra strada, costruire i nostri progetti, fare le nostre scelte, e poi chiediamo a Dio di benedire quello che abbiamo costruito.

Gesù ci chiede invece di metterci dietro a lui, e seguirlo anche dove non avremmo voluto andare, di seguirlo anche quando si tratta di attraversare con lui la sofferenza.

È proprio in quei momenti che ci troviamo a scegliere tra perdere la vita o salvarla!

Perdiamo la vita quando preferiamo seguire le nostre logiche, illudendoci di vincere; salviamo la nostra vita quando scegliamo di seguire Gesù, sebbene agli occhi del mondo sembriamo dei perdenti.

Chiediamoci allora: Come vivo il rapporto con Dio nel tempo della sofferenza? Cosa vuol dire per me prendere la croce e seguire Gesù?

XXIV Domenica T.O

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