Quanta fretta ma dove vai…? Vado di fretta! Non vedo, non parlo non sento.
Dt 30,10-14 Sal 18 Col 1,15-20 Lc 10,25-37
Oggi tutto è veloce, non c’è tempo per fermarsi, per accorgersi di quello che sta accendendo intorno a noi, siamo troppo concentrati su noi stessi, sulla nostra immagine, sui nostri diritti, sulla nostra affermazione personale, non riusciamo più a vedere chi sta male, chi silenziosamente chiede aiuto, chi non riesce più a gridare. “Io” vengo sempre prima di tutto e di tutti!
Eppure noi ci realizziamo pienamente nel momento in cui cresciamo nell’amore, quando guardiamo fuori di noi, quando diventiamo dono per qualcuno.
La vita umana è fatta per generare, per donarsi non per rimanere chiusa dentro il “nostro io”.
Oggi Gesù attraverso il dialogo vuole aiutare il dottore della legge ma anche noi a crescere in umanità. Quest’uomo ha svilito la sua umanità, si è perso nel suo narcisismo, nel tentativo di affermare se stesso ingannando gli altri: vuole ridicolizzare Gesù, metterlo in difficoltà, dimostrare che è lui il più furbo, ma… non è che succede così anche oggi?
Si è perso all’interno della sua solitudine, vede solo se stesso, non riconoscere più chi gli sta vicino, tanto da chiedere a Gesù: «e chi è il mio prossimo?».
Gesù lo sprona ad uscire dal suo “io” per farsi vicino a qualcuno; per sperimentare l’amore occorre andare verso gli altri, senza aspettare che gli altri si ricordino di noi.
Interessante è anche che la parabola ha come sfondo una strada, simbolo “del viaggio della nostra vita”, che in alcuni momenti si incrocia, con la vita di altri.
Un sacerdote e un levita scendono da Gerusalemme dopo il servizio al Tempio, incrociano un uomo mezzo morto sulla strada lo vedono, ma non si fermano.
Come per farci capire che partecipare la domenica alla S. Messa, non ci renda automaticamente persone capaci di compassione…
Un samaritano invece, si ferma davanti a quest’uomo ferito di cui il Vangelo non dice proprio nulla, nemmeno l’etnia; ma dice semplicemente che è un uomo, e questo basta all’amore perché l’umanità è quella che ci spinge a fermarci davanti all’altro.
Se ne prende cura con gesti concreti: si fa vicino, cura le ferite, lo solleva, lo accompagna, lo affida a chi si può prendere cura di lui. Paga per lui quanto basta in quel momento perché nessuno di noi è chiamato a fare il supereroe!
Non si ferma solo a questa buona azione quotidiana, ma si impegna anche per domani: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno».
Non sempre siamo chiamati a essere il samaritano, forse oggi ci viene chiesto di essere solo l’albergatore, chiamato per un po’ di tempo a prendersi cura di qualcuno.
E noi in quale personaggio ci sentiamo rappresentati?
Credo che riusciremo forse a fermarci solo quando avremo capito che “siamo noi” l’uomo mezzo morto lasciato sulla strada, e che Gesù è il buon samaritano che tante volte si è fermato per prendersi cura di noi, e chi non lo capisce, difficilmente decide di fermarsi!
Se mi avete dato tutto il mondo, ma non il cuore, non mi avete dato niente! diceva Don Primo Mazzolari
Chiediamoci allora: Ci sono stati momenti della vita in cui ero ferito, abbattuto, e il Signore si è preso cura di me? Vado incontro agli altri o aspetto sempre che gli altri pensino a me?
XV Tempo-Ordinario_2025