Uffa: ma perché devo farlo io?
La dinamica complessa tra libertà e dovere.
Ez 18,25-28 Sal 24 Fil 2,1-11 Mt 21,28-32
Il rapporto tra padre e figlio (quando c’è, visto che oggi purtroppo dobbiamo fare i conti con questa assenza sempre più frequente) ha un carattere fondamentale, misterioso e in parte complicato.
Complicato perché, inizialmente, il figlio non capisce bene cosa voglia dal padre, facile è entrare in competizione, o temerlo, o identificarsi con lui. Ma d’altra parte non sempre noi padri siamo capaci di capire come gestire la conflittualità del rapporto con il figlio.
È certamente un rapporto complesso anche perché, nel testo di Matteo, il padre rappresenta la norma, la parola che mette confini.
Nel contesto ebraico, il padre non è solo il genitore, ma rappresenta la legge che custodisce e indica la via da percorrere, quello che si deve e non si deve fare, è immagine del rapporto con la Legge: la Torah appunto.
Come con il padre, così nel rapporto con la Parola di Dio, anche noi possiamo assumere:
- un atteggiamento di obbedienza supina: cioè un comportamento guidato dalle paure per le conseguenze di una possibile disobbedienza;
- o vivere momenti di trasgressione che a volte ci servono per ritrovare la nostra identità.
Trasgressione che fa parte di ogni cammino di crescita
- il bambino, anche se non ne ha motivo, a un certo punto comincia a dire no, per segnare una differenza e affermare la sua identità;
- l’adolescente sperimenta la trasgressione come momento di passaggio per conoscere i suoi limiti e le sue risorse.
I figli della parabola evangelica esprimono i due atteggiamenti che convivono in noi e le reazioni che si alternano nella nostra vita rispetto al bene o alla volontà di Dio: a volte prevale il bambino che non ha il coraggio di disobbedire, in altri emerge il bambino ribelle che vuole affermare se stesso.
Il primo figlio riconosce quello che sente dentro: di andare nella vigna non ha voglia! Esprimere la verità di quello che attraversa il suo cuore.
È però capace di riconoscere che quello che sente non è tutto: riconosce che c’è anche altro: il desiderio del padre, forse un’urgenza, o una responsabilità, forse la vita di altri che dipendono dal suo lavoro in quel giorno.
Questo figlio è un uomo libero, capace di cambiare il suo proposito perché trova un bene più grande: sa rinunciare alla sua prima reazione emotiva.
Il secondo figlio è abitato dall’ipocrisia. Si nasconde per paura, del giudizio, o forse per non deludere o perché teme le reazioni degli altri. La cosa più grave è la finzione: questo figlio dà un’immagine di sé non vera.
Se è importante prendere le decisioni, senza lasciarsi influenzare da condizionamenti esterni, è altrettanto vero che occorre tener conto delle esigenze e dei doveri che ci vengono dalla convivenza con gli altri.
A questo punto possiamo comprendere meglio il riferimento di Gesù verso pubblicani e prostitute: il loro peccato è sotto gli occhi di tutti e negarlo sarebbe impossibile. Paradossalmente pubblicani e prostitute sono più liberi perché sono nella condizione di intraprendere più facilmente un cammino di riconciliazione con la propria vita.
Troppe volte noi facciamo fatica a riconoscere e ammettere il nostro peccato e i nostri limiti! Siamo bravissimi acrobati nel trovare scuse…
Ma tutto questo ci porta a proteggere un’immagine sociale incoerente e falsa… e a lungo andare genera tensioni, conflitti che sfociano a volte in atteggiamenti di rigidità e comportamenti ossessivi.
Chiediamo in questa settimana la grazia di crescere nel diventare sempre più coerenti e veri, anche perché davanti a Dio c’è poco da nascondere!
Chiediamoci allora: Faccio le cose per paura o per convinzione? Nel mio rapporto con Dio sono capace di fare verità?