Tutto è solo mio!
Il possesso genera la costante paura di perdere ciò che si ha.
(Leonardo Da Vinci)
Is 5,1-7 Sal 79 Fil 4,6-9 Mt 21,33-43
Inutile negarlo, il cuore umano tende a possedere, forse per la paura della povertà affettiva o di rimanere soli, di non valere, di rimanere nudi… Così facendo entriamo nel vortice dell’illusione, perché nella vita nulla è nostro, in qualunque momento tutto ci può essere tolto: le relazioni, gli affetti, la salute, i ruoli, persino la vocazione.
Però nel riconoscere che non possiamo nulla, ci rendiamo conto che tutto quello che siamo e che abbiamo è un dono: abbiamo ricevuto e riceviamo tutto da Dio, ma i suoi doni non sono mai nostra proprietà. Dio è più grande dei suoi doni, ed è lui che il nostro cuore deve desiderare veramente, non le cose! Le cose rendono schiavi, Dio libera.
La vigna di cui parla il profeta Isaia e Gesù nel Vangelo rimanda al giardino del Paradiso terrestre; è lo spazio che Dio dona all’uomo gratuitamente: è la nostra vita, è lo spazio della relazione con Dio, è l’amicizia con il Signore.
Interessante è che in questo spazio sia in Isaia che nel Vangelo troviamo sempre un punto di riferimento, un torchio o un albero perché perdersi è facile!
Dio continua a ripetere anche a noi la stessa domanda che ha rivolto ad Adamo: «dove sei?».
Adamo ha voluto trasformare il dono in possesso, ha ceduto alla tentazione che l’ha portato a voler afferrare il frutto anche se non gli spettava. Non si accontenta di ricevere il dono del giardino, ma vuole diventarne proprietario! E noi?
L’uomo non vede più la gratuità del dono, lo vuole possedere e sempre più si concentra su come non perderlo: ed è lì che l’uomo comincia a morire.
Nel giardino se non curato, crescono le erbacce, così succede alle nostre relazioni se non ne abbiamo cura. Ma prendersi cura di una relazione non significa diventarne proprietari!
(Il padrone) La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. In quel “se ne andò lontano” facile è cedere al vittimismo di pensare “sono stato abbandonati da Dio”, che ci prende, quando le cose non vanno come lo vorremmo… ma invece il gesto del padrone rivela la sua fiducia nel servo: Dio ci vuole adulti, capaci di autonomia, in grado di gestire la libertà.
È vero, che a volte dobbiamo confrontarci con il suo silenzio, ma è lì che si rivela quello che portiamo nel cuore, è quella distanza che ci fa crescere nella fede.
Il tempo del raccolto, il momento in cui siamo chiamati a rendere conto arriva sempre, non solo alla fine della nostra vita ma anche in tutte quelle situazioni in cui facciamo fatica a lasciare andare mentre vorremmo trattenere per noi, tutte le volte che abbiamo paura di perdere.
Sono questi i momenti in cui siamo chiamati a riconoscere che il senso della vita è riconsegnare il dono che abbiamo ricevuto e che non può essere trattenuto.
Ed è lì che spesso nasce la crisi, il conflitto interiore e la fatica a capire e accogliere la volontà di Dio. Ecco nascere la tentazione di metterlo da parte, di non riconoscerlo, di estrometterlo dalla nostra vita: è quello che fa il mondo illuderci che l’uomo creato, possa comandare il suo Creatore. Gesù diventa il primo scartato della storia, rifiutato non voluto.
Ma Dio non si arrende e proprio attraverso gli scartati viene a salvarci e a trasformare la storia. Gli scartati continueranno a bussare alla nostra parte, affinché noi possiamo aprire gli occhi sulla realtà.
Chiediamoci allora: sono consapevole dei doni che ho ricevuto? Vivo con un cuore grato o con la paura di perderli?