Foglietto settimanale dall’1 all’ 8 novembre 2026 – XXXI Domenica T. O. – Solennità di tutti i Santi – Anno A

La vita è una gioia, gustala.

La vita è una croce, abbracciala.

La vita è un’avventura, rischiala.

La vita è pace, costruiscila.

La vita è felicità, meritala.

La vita è vita, difendila.

(S. Madre Teresa)

 

Ap 7,2-4.9-14   Sal 23   1Gv 3,1-3   Mt 5,1-12

 

In che modo posso essere felice? è una domanda che da sempre alberga nel cuore dell’uomo.

Può essere il desiderio che ci spinge a darsi da fare, ma può anche essere il motivo che fa nascere in noi l’invidia verso gli altri; nel tentativo di assicurarci il nostro pezzo di felicità rischiamo di essere disposti a tutto… La nostra cultura occidentale, figlia della tradizione classica in cui Aristotele, filosofo per eccellenza, vedeva nella felicità un sostantivo, per cui la felicità andava raggiunta, dandosi da fare, mettendo in atto delle azioni per poter arrivare allo scopo; e forse noi ancora la pensiamo così: la felicità dipenda da noi, dalla nostra bravura…

Ma siamo davvero felici o dobbiamo riconoscere che stiamo sbagliando strada?

Non è casuale che nel suo primo discorso nel Vangelo di Matteo, Gesù, parla proprio di felicità “siete beati quando…”. Beato ma letto come un aggettivo: descrive una condizione presente.

Ma non è un paradosso essere beati quando non abbiamo niente o peggio ancora siamo perseguitati? Forse oggi non siamo più disposti a dare credito a questo insegnamento del maestro.

Gesù invece ci consegna un nuovo modo di intendere la felicità: sei felice se impari a stare nelle situazioni faticose della vita, non per diventare un eroe, ma per scoprire proprio lì la presenza di Dio. Essere felice è fare spazio a Dio: è imparare a guardare al di là dell’apparenza.

Sono felici i poveri in spirito perché non hanno nessuno a cui aggrapparsi se non Dio; non affidano alle cose umane la propria salvezza, non si inginocchiano davanti ad idoli che ingannano e illudono.

Sono felici quelli che sono nel pianto, perché nel dolore Dio non rimane lontano ma dobbiamo permetterlo: talvolta nel dolore ci si chiude, non si lascia spazio a Dio, spesso addirittura ce la prendiamo con Lui…

Sono felici i miti, i deboli, coloro che non hanno la forza di reagire, perché Dio diventa il loro difensore, al contrario dei violenti che confidano nella loro forza, rifiutando l’agire di Dio.

Sono felici coloro che hanno fame e sete di giustizia coloro che cercano la giustizia di Dio non la propria, rinunciano a farsi giustizia da soli.

Sono felici i misericordiosi perché sanno perdonare, e non restano aggrappati al ricordo del male.

Sono felici i puri di cuore, perché sono trasparenti e senza secondi fini, capaci di vedere le cose così come sono.

Sono felici gli operatori di pace, perché cercano sempre di superare i conflitti, al contrario di chi preferisce mettere zizzania e creare divisione.

Sono felici i perseguitati per la giustizia, coloro che sono disposti a pagare di persona, a differenza dei codardi che hanno paura di testimoniare con la vita a favore della verità.

Gesù poi si rivolge a noi che oggi lo ascoltiamo: beati voi…discepoli di ogni tempo, voi che ascoltate e vi lasciate interrogare, voi che oggi cercate la felicità!

Essere discepoli di Cristo non è facile: vivere le beatitudini significa riconoscere nelle situazioni, faticose e difficili della nostra vita, la presenza di Dio, non come futura promessa, ma come una realtà già presente.

Interessante è notare che Matteo usa sempre l’indicativo, mai il congiuntivo per dirci che la promessa è già certezza, che il futuro è già presente.

La nostra ricompensa è in Dio, già adesso, se gli facciamo spazio nella nostra vita!

 

Chiediamoci allora: Qual è la mia idea di felicità? Come la perseguo? Qual è la beatitudine che faccio più fatica a vivere?

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